Worst-Star Game 2008 Stampa
Scritto da Fab   
Mercoledì 30 Gennaio 2008 20:38
  
Tempo di voti invernali, che nel magico mondo dell'NBA significa All-Star Game. La partita delle stelle è l'evento per eccellenza della Lega, secondo solo alle Finals, per pubblico, audience e marketing, ovvero le voci che sono la driving force del giocattolone con la palla a spicchi. A garantire lo spettacolo sono 10 stelle – 24 se consideriamo i 'panchinari' – ovvero i migliori giocatori, si spera, dell'anno. La partita in se dice ben poco dal punto di vista cestistico, ma il tutto è confezionato per accontentare i dettami dello show-business, per la gioia di David Stern e delle emittenti televisive statunitensi che mettono a disposizione cifre da capogiro per aggiudicarsi l'evento. Quest'anno il grande circo degli All-Stars sbarca a New Orleans, città che sta cercando di rinascere, dopo i disastri e la miseria lasciati dalla tragedia dell'uragano Katrina, evento che ha anche, ovviamente, influenzato il destino della squadra locale degli Hornets, costretti a riparare in California col rischio di perdere l'attaccamento dei propri fans, riconquistato in questa stagione a suon di vittorie.

Tutto molto bello, certo. All-Stars, cheerleaders, cantanti e spettacolo. Ma c'è un'altra partita che si gioca, almeno sui tabellini delle statistiche e negli uffici dei GM: il Worst-Star Game. Prendono parte a questo speciale evento tutti quei giocatori che, per un motivo o per l'altro, hanno deluso le attese, che hanno visto il loro rendimento calare vistosamente , scatenando le ire di coach e fans. La selezione è stata durissima, facile immaginarlo, e dopo attente valutazioni lo staff del Worst-Star Game – che professionalità – ha raggiunto un verdetto.

Seguiamo quindi l'ordine utilizzato negli States, partendo dalla posizione di Forward, fino al Guard, con allegate motivazioni e analisi degli 'sciagurati' giocatori:

 

Eastern Conference

Forward: Ricky Davis (Miami Heat) – L'inserimento nel quintetto dell'Eastern Conference come Small Forward è probabilmente forzato, per questioni di compatibilità con il ruolo imposto, ma il titolo di worst-star teamer è inevitabile per l'estroverso Ricky. Davis arriva nella tumultuosa Miami di coach Riley, che nel tentativo di potare i ceppi marci, ha allontanato l'ingombrante – in ogni senso – Antoine Walker, per far spazio alla guardia da Minnesota, che prima di questa chiamata era atteso ad una stagione importante, vista la partenza di KG21 da Minneapolis. Davis quindi sbarca in Florida, per scrollarsi di dosso una carriera fatta di tante promesse e altrettante delusioni, andando a trovare un gruppo che si pensava essere motivato dalla clamorosa – forse – sweep inflitta dai Bulls al primo turno degli scorsi Playoffs. Invece? Parte la stagione con Wade rotto, O'Neal sempre più lontano dal giocatore da Hall of Fame di un tempo e tanti piccoli problemi trascinati dalla stagione passata. Davis è tutto fuorché un risolutore di problemi. Ecco quindi che le percentuali si abbassano, il rendimento soffre dei continui sballottamenti tra starting line-up e panchina, ed il rapporto con coach Riley non proprio idilliaco. In più gli Heat hanno imboccato una bruttissima strada: stagione da dimenticare.

Forward: Jermaine O'Neal (Indiana Pacers) – Quello dell'ex-ragazzo prodigio, approdato nell'NBA alla tenera età di 18 anni, è uno dei casi più eclatanti dell'anno. Il povero Jermaine è sempre stato tartassato dagli infortuni, e davanti all'ennesimo stop forzato, con in più una squadra che presenta sempre gli stessi problemi ormai da troppo tempo, si è registrata questa brutta inflessione. In termini di cifre stiamo parlando della sua peggior stagione dal 2001/02, rendendo ovvi i collegamenti tra il basso rendimento e le promesse mancate di trade, che lo vedevano questa estate in California, sponda Lakers. Indiana è una squadra fragile, non può prescindere dal proprio leader, sul quale si fondano le poche chance di accedere alla post-season. Jermaine ha tante risorse e sa bene che la sua squadra non può più fare a meno di lui, ma il divorzio ormai sembra sempre più vicino.

Center: Andrea Bargnani (Toronto Raptors) – Forse troppe le aspettative sulla prima scelta del Draft 2006. Prima una stagione promettente e la bella affermazione nello starting five durante la serie con i Nets. Poi l'inflessione con la Nazionale, la brutta figura agli Europei di Spagna a Settembre ed una prima parte di stagione quasi da dimenticare. E' questo il 2007 di Andrea Bargnani, che si divide tra pre e post-estate 2007, infatti dopo il break di fine stagione il ragazzo romano non è stato più lo stesso. Certo, i problemi sono molteplici, amplificati da una condizione fisica spesso precaria ma anche da un atteggiamento spesso poco positivo. Il Coach Of the Year 2007 Sam Mitchell ha recepito questi segnali, sbattacchiandolo tra panchina e quintetto base, alternando minutaggi da star ad impieghi ai margini della rotazione della squadra. Andrea c'ha capito ben poco, ed ha continuato nel suo personale calvario, che impietosamente si riflette nelle sue prestazioni: indubbiamente quando impiegato bene, ma soprattutto quando lui gioca con la testa giusta, Toronto guadagna un'arma sensazionale, ma la squadra canadese ha anche dimostrato di poter tirare avanti senza un suo contributo fondamentale – cosa alquanto preoccupante. Il posto di Bargnani non è realmente in discussione, altresì lo sono le sue prestazioni, perché non più in tanti sono disposti a credere a “the sky is the limit”. Potrebbe dissolversi tutto in una bolla di sapone, oppure The Ex-Big Rook potrebbe risorgere: il tempo ce lo dirà, ma per ora il suo Worst-Star Game è più che meritato

Guard: Kirk Hinrich (Chicago Bulls) – Ecco qui un'altra storia dall'andamento parabolico. Kirk, point-guard da favola nei suoi primi anni nella Lega, brucia tutte le tappe quasi subito, arrivando dritto dritto nel (Dream) Team Usa. L'esperienza è poco felice purtroppo, ma rimane il grosso riconoscimento al talento eccezionale di questo ragazzino pallido. Ma quando meno te lo aspetti ecco che arriva il crollo, con la sua squadra, i Bulls, che tira avanti fino all'inverosimile nonostante le carenze in regia, ma poi crolla brutalmente fino ad arrivare allo sfascio del gruppo ideato da Paxon. Ricapitoliamo. Le cifre della stagione 2006/07 non devono trarre in inganno, stiamo bene attenti. Soprattutto dalla seconda parte di stagione in poi – e nei Playoffs specialmente – il calo di Hinrich era risultato piuttosto evidente, ed in pochi riuscivano a trovare dei motivi. Questa stagione è partita nel peggiore dei modi, e quando poi anche il resto della squadra ha iniziato a girare male, le pecche del play bianco da Kansas sono venute a galla prepotentemente. Pochi punti, basse percentuali e, soprattutto, poca presenza. Skiles alla fine paga per tutti e viene messo da parte, ma poco in realtà è cambiato, i Bulls sono sempre più o meno gli stessi, ed Hinrich a parte qualche rara fiammata, frutto unicamente del suo straordinario talento, continua la sua involuzione.

Guard: Larry Hughes (Cleveland Cavaliers) – Cleveland doveva necessariamente cambiare qualcosa se voleva ambire a qualcosa di più di una sweep in finale come nell'anno passato, e quel qualcosa in più poteva venire proprio dalla partenza di Larry. Il suo apporto nella passata stagione era stato decente finché il peso specifico delle partite era sopportabile, ma poi sono arrivati dei sospetti cali di rendimento in post-season, giustificati troppo facilmente con guai fisici poco rilevanti. Su Hughes è piombato con tutta la sua esuberanza e spavalderia il fenomeno 'Reincarnazione' (Canigggia®) Gibson, ed in molti erano pronti a scommettere sulla bocciatura definitiva del nostro eroe. Brown per qualche strano motivo ha pensato di continuare a scomettere su di lui, ed il buon Larry lo ha 'ripagato' con una prima parte di stagione a tratti disastrosa, con minutaggio in costante calo – ben 9 minuti in meno rispetto alla stagione passata – e sempre meno responsabilità addosso. Una vera bocciatura: con lui Cleveland non va da nessuna parte.

 

Coach: Pat Riley (Miami Heat)

Bench: Stephon Marbury, Vince Carter, Bobby Simmons, Charlie Villanueva, Eddy Curry

 

Western Conference


Forward: Wally Szczerbiack (Seattle Sonics) – Durante le manovre estive a Boston c'era il grosso problema di capire su quali giocatori scommettere per impostare la nuova squadra intorno a Kevin Garnett e Ray Allen. Una volta capito su chi si poteva contare sono stati allestiti gli scambi, dai quali Wally non è stato escluso. Certamente la nuova avventura era veramente stimolante, in un collettivo giovane, dal grande futuro, nel quale la sua esperienza avrebbe potuto risultare importante per il rendimento della squadra. Szczerbiack invece ha accusato terribilmente il colpo – e non è il solo – e, almeno fino ad ora, non è riuscito a garantire alla squadra quel rendimento di cui c'era veramente bisogno. All'ala ex-Boston non venivano richiesti 20 ppg – a far quelli ci pensa Durant – ma un aiuto per la crescita dei giovani di Seattle ed una mano importante nei momenti caldi della partita. Szczerbiack è riuscito ad emergere ben poche volte, e l'eccessiva responsabilizzazione di Durant è anche colpa sua, in quanto nell'organico di PJ Carlesimo lui è uno dei pochi che potrebbe essere veramente in grado di dare una mano al fenomeno da Texas. La nuova avventura che si presentava così stimolante è stata fino ad oggi sfruttata male da Wally, e non è detto che i Sonics – in qualunque città si spostino – continueranno a contare sul suo contributo.

Forward: Antoine Walker (Minnesota Timberwolves) – La bocciatura definitiva di Riley è stata un brutto colpo. Arrivare in una squadra come Minnesota, ordinata ed organizzata peggio di un mercato rionale di Marrakech, è stato ancora peggio. Ormai la sua inflessione, causa una forma fisica sospetta, sembra irreversibile, ed anche in una squadra come i Timberwolves, dove il suo talento dovrebbe spiccare, fatica a trovare spazi importanti. Stiamo assistendo alla fine inesorabile di un giocatore che dalla sua carriera poteva ottenere molto di più di quel che ha avuto, ma ormai è difficile tornare indietro, sarà molto difficile rivederlo ai livelli ai quali ci aveva abituato.

Center: Darko Milicic (Memphis Grizzlies) – Anche Darko fa parte del club di quei giocatori che si trovavano davanti ad una svolta importante della propria carriera. Boccciato da Detroit e Orlando, ma promosso nel quintetto dei Grizzlies di Iavaroni: l'occasione era ghiottissima per poter dimostrare qualcosa di importante. Niente da fare, l'apporto di Darko è rimasto quasi impalpabile come praticamente il resto della sua carriera; quest'anno a Memphis si contava sul suo contributo e sulle sue motivazioni per fare il salto di qualità tanto atteso, ma visto il livello assurdo raggiunto dalla Western Conference, sembra proprio difficile che il già esile contributo di Milicic possa in qualche modo alzare considerevolmente il livello delle prestazioni di Memphis.

Guard: Delonte West (Seattle Sonics) – Abbiamo già affrontato il discorso dei movimenti estivi di Boston. West è un altro di quei giocatori scartati dalla dirigenza del New England per far spazio alle nuove stelle. Per lui il discorso è ancora più pesante, data la chiara preferenza di Ainge e Doc Rivers per Rondo, suo pariruolo. Ed ecco quindi l'occasione per dimostrare gli errori del suo ex-GM: niente da fare. Delonte sta dimostrando come i Celtics siano stati avveduti nell'utilizzarlo come pedina di scambio, rimanendo in un ruolo di secondo piano in una squadra che presenta grosse carenze organizzative. West non è mai stato un giocatore d'ordine, ma il fatto che anche l'incasinata Seattle preferisca inserirlo in una posizione defilata la dice tutta.

Guard: Damon Stoudamire (Memphis Grizzlies) – La soap-opera di Damon è arrivata alla fine, con il buyout di Memphis alla fine di una pessima stagione della point-guard Rookie Of the Year 95/96 – ne è passato di tempo caro Damon. Stoudamire aveva poche cartucce ancora da sparare, e l'arrivo di giocatori come Navarro, Lowry e Conley doveva essere uno stimolo importante per il vecchio campione. Non c'è stato niente da fare, il suo atteggiamento è stato a tratti irritante, contributo fondamentale per la fin qui mediocre stagione dei Grizzilies. Il divorzio alla fine è stato inevitabile, ed è un vero peccato perché un tandem Navarro-Stoudamire – con il secondo al top ovviamente – avrebbe potuto far divertire tutti, con da aggiungere l'inserimento del funambolo Mike Conley Jr e di Kyle Lowry. Un vero peccato, carriera ormai al crepuscolo per un grande giocatore, salvo ripensamenti di qualche squadra che sia ancora in grado di dare motivazioni al vecchio Mighty Mouse.

 

Coach: Marc Iavaroni (Memphis Grizzlies)

Bench: Steve Francis, J.R. Smith, Al Harrington, Mehmet Okur, Mikki Moore


Jermaine O'Neal
Jermaine O'Neal: tornerà grande con Indiana?
 
 
Darko Milicic
Darko Milicic: con Saunders già i primi problemi...