Il countdown di nba.com va veloce: pochi giorni e si riparte, mettendo definitivamente in archivio la passata stagione 2006/07. Doveva essere la stagione del tentativo di
two-peat della truppa di
coach Riley, l’anno della vendetta dei Mavericks dell’isterico
Cuban, l’occasione per i Suns di regalare alla propria star un meritato trofeo da poter finalmente esporre in bacheca. Invece arriva quello che i più non si aspettavano, un titolo bianco-nero-argento…guai a sottovalutare i vecchi campioni, e soprattutto mai fidarsi delle sentenze della stagione regolare!
Regular Season
Stagione regolare
sensazionale dei
Dallas (67-15) di
Wunder-Dirk, l’omone tedesco impazza accumulando cifre da capogiro, il collettivo di Avery Johnson è una macchina ben oliata, con la cattiveria giusta, figlia della sciagurata primavera/estate 2006. Mentre i Texani procedono indisturbati verso la post-season si fanno anche promotori di una
superiorità a tratti disarmante della Western Conference, e quando le squadra dell’altra costa sono costrette a lunghi viaggi nella Conference rivale, tornano a casa livide;
San Antonio,
Phoenix,
Dallas,
Utah,
Houston, sono squadre che viaggiano a ritmi sensazionali, roba che se giocassero dall’altra parte della nazione spazzerebbero fuori dai playoff anche gli
Heat. Ah, gli Heat! E loro dove sono? I campioni in carica sembrano molto lontani dalla squadra miracolata dei playoff appena passati. Si sentono lontanissime le eco delle grandi imprese di
D-Wade&soci nella stagione scorsa, quello che rimane sono solo
infortuni – tanti – che non risparmiano neanche il sergente di ferro Riley, costretto anch’egli ad una lunga assenza. La Conference dei 6 titoli di Michael Jordan, del miracolo organizzativo di Joe Dumars e Larry Brown è senza la sua punta di diamante - almeno sulla carta. I
Pistons del Michigan a dire il vero ci sono ancora, meno tonici e duri degli anni scorsi, a causa della partenza di
Big Ben verso Chicago, la gestione a volte rivedibile di coach Saunders e l’arrivo dell’eterno-perdente-
Chris Webber; tutto sommato tengono botta. Con loro i nuovi padroni della Conference non sono più i Wade e gli O’Neal, ma
King James,
Bosh e
Ben Gordon; Lebron e compagni eguagliano il record dell’anno precedente (50-32), capace di garantire il secondo posto assoluto – roba da pazzi per queste cifre così scarse – mentre Skiles (Bulls) e Mitchell (Raptors) ottengono sensazionali miglioramenti, in particolare il secondo che riesce a portare in positivo una squadra che tutto si aspettava fuorché poter ambire a vincere la propria Division. Più indietro resistono ancora, sfruttando ogni energia rimasta, i campioni in carica, accompagnati dagli immortali
Nets di professor
Kidd, ma più sotto c’è una voragine. Poca roba comunque,
ad ovest non ci si gira neanche per guardare i cugini della costa orientale, semmai si accolgono i fuggitivi – vedi
Iverson – e ci si prepara per il grande rush finale, con i
Lakers che annaspano per difendere il posto playoff, ed i
Warriors che si aggrappano all’ultimo posto disponibile per il treno primaverile della post-season, firmando così quella che si rivelerà essere una sentenza di morte impossibile da eseguire per Nowitzki e compagni.
Playoffs
I playoff si aprono col botto. La palla, si sa, è rotonda, ma forse in Texas – sponda Mavs – non se n’erano ancora accorti. E mentre qualcuno cerca di spiegarlo invano a Marc Cuban arriva l’upset clamoroso dei Mavs ad opera dei coriacei Warriors dell’intramontabile Don Nelson, accompagnato dalle scope dei Chicago di Skiles che si abbattono sui campioni in carica Miami Heat. Gli altri procedono spediti, Ducan e Parker non si fanno intimidire troppo dalla coppia Iverson-Anthony, e Nash e soci si fanno un sol boccone dei decadenti Los Angeles Lakers del solitario Kobe Bryant; Cavs e Pistons rifilano una sweep ciascuno ai diretti avversari e marciano decisi verso la finale di Conference. I vincitori dell’Atlantic Division vengono subito eliminati, così finisce la prima avventura di un italiano ai playoff; Andrea e i suoi Raptors si arrendono ai troppo esperti ragazzi di Franks ed assistono da casa all’incredibile finale di serie tra Utah e Houston che si portano fino a gara7, quando cala la solita maledizione McGrady, che lo vuole mai vincente in una serie di playoff. Per lui, come per Nowitzki (MVP della regular season), Bryant e Wade – costretto a giocare con una spalla a pezzi – è già arrivato il momento dei mea culpa e dei rimpianti per le occasioni perse, mentre si gioca la controversa San Antonio – Phoenix, serie destinata a rimanere, nel bene e nel male, nella storia della lega. Dopo i primi turni le finali di Conference sembrano quasi scontate, escluso il confronto Nash–Duncan; si infrange così il sogno dei Golden State Warriors, bloccati dall’armata di Jerry Sloan, mentre continua, ai danni dei Nets, quello di Lebron James, pronto a vendicare la sconfitta di misura dell’anno precedente contro i Pistons, arrivata in sette gare durante le semifinali di Conference.
Dalla finale anticipata ad ovest escono vincitori gli “speroni” di Gregg Popovich, una squadra che nei momenti che contano difficilmente si fa cogliere impreparata, e che si divora gli spauriti Utah Jazz. Nella Eastern invece è lotta vera, con i Pistons che prima si portano sopra 2-0, per poi farsi rimontare, superare ed affondare da un sensazionale King James, autore di alcune prestazioni che difficilmente trovano eguali nella storia della NBA.
L’epilogo è quindi San Antonio Spurs vs Cleveland Cavaliers, una finale senza storia già in partenza. Pronostico rispettato, manco a dirlo. Sweep autoritaria, Tony Parker MVP delle Finals ed Horry che si trova un dito in più occupato, guarda caso, dall’ennesimo anello. Vince la squadra più costante, la squadra che, tra le grandi, si è risparmiata di più durante tutta la stagione per poi giocare tutte le proprie cartucce nella post-season. Hanno vinto l’acume tattico e l’organizzazione di Popovich, l’immensa bravura di Tim Duncan e la classe di Ginobili. Hanno perso invece l’eccessiva spocchia dei Dallas Mavericks, la sufficienza dei Detroit Pistons, la poca praticità dei Phoenix Suns e la sciaguratezza dei Miami Heat. Rimangono i dubbi per gli avvenimenti della semifinale di Conference purtroppo…ma in questo gli Spurs non c’entrano, loro sono campioni comunque.
How about next season?
Cala il sipario su una stagione ricca di emozioni, di avvenimenti e di scoperte. Finisce la stagione di
Brandon Roy,
ROY di nome e di fatto, finisce la stagione dell’All-Star Game a Las Vegas, delle follie di
Crawford, del divorzio tra
Iverson e Phila, del tiro pazzo di
Morris Peterson, del buzzer-beater di
Sheed, della sfida tra Barkley e Salvatore, dell’MVP assegnato al fenomeno di Wurzburg, dei record di Bryant e del settimo anello di Big Shot Rob. Finisce l’anno della prima volta di un Europeo selezionato come prima scelta assoluta, lontano dal titolo di rookie dell’anno soltanto a causa di un potenziale ancora troppo celato, di un allenatore non eccessivamente fiducioso e di una fastidiosa appendicite.
Quello che inizia potrebbe essere l’anno della
Sua conferma, della conferma di una squadra giovane come i
Cavs e del rilancio dei
Pistons, potrebbe anche essere l’anno della rinnovata vendetta di
Dallas, la stagione giusta per Nash, oppure potrebbe sancire il grande ritorno dei Boston
Celtics grazie al
trio delle meraviglie, per poi risolversi inesorabilmente nel “
solito” titolo degli Spurs, oppure ancora nell’incredibile impresa di un’improbabile team della Eastern Conference…ma questa è un’altra storia ancora da scrivere.