L'altra faccia della medaglia Stampa
Scritto da RafT   
Domenica 10 Febbraio 2008 19:32
Every rose has its thorn
Just like every night has its dawn
Just like every cowboy sings his sad, sad song
Every rose has its thorn
”*

Sabonis, Petrovic, Kukoc, Schrempf, nei numeri precedenti della rubrica abbiamo visto casi di giocatori europei che in un modo o nell’altro son riusciti ad affermarsi nella NBA, e si potrebbe dar l’idea che attraversar l’Oceano sia sempre stato facile, non è così, e per ogni successo ci sono stati i corrispettivi fallimenti.

Iniziamo da Alexander Volkov, ala di 208 cm, compagno di Sabonis nella nazionale sovietica che a Seul nell’ottantotto sconfisse quella statunitense, approdò l’anno successivo, nel 1989, ad Atlanta (che lo aveva scelto nel draft del 1986 al sesto giro, col numero 134). Nel 1989 Volkov era nel pieno della maturazione, aveva venticinque anni, ed era fisicamente integro, eppure qualcosa in Volkov non funzionò, le doti fisiche c’erano, le doti tecniche erano innegabili, ma nella prima delle due stagioni passate agli Hawks riuscì a mostrare solo spazi delle sue capacità, senza riuscir ad integrarsi, e senza riuscire a guadagnar un minutaggio consistente. Un infortunio lo costrinse a saltare del tutto la stagione 90-91 e tornò per la stagione 91-92. La seconda stagione fu decisamente migliore della prima (20 minuti per quasi 9 punti, 3 rimbalzi e 3 assist a partita, con una trentina di partenze in quintetto) ma era di tutt’altro livello quello che ci si aspettava dal Volkov che alle Olimpiadi aveva fatto impazzire la difesa americana, così Volkov abbandonò la lega senza aver lasciato un segno tangibile, preferendo tornar a giocare in Europa, a Reggio Calabria prima (dove lasciò un buon ricordo) ed in Grecia in seguito. Eppure nel suo secondo anno agli Hawks la strada intrapresa era quella giusta, i miglioramenti rispetto alla prima deludentissima annata erano stati considerevoli, quello che mancò nel caso di Volkov per me fu fondamentalmente l’umiltà e la pazienza nel dover ricominciare da zero a conquistar credibilità, cosa che lo portò a mollare facendogli preferire il ritorno in Europa dove sapeva di poter aver un ruolo indiscusso ed importante. Alla fine il segno più importante lasciato da Volkov nella lega fu una curiosità statistica, il 3 novembre 1989, il giorno del suo esordio, fu il primo giocatore dell’ex unione sovietica a calcare un parquet NBA (contemporaneamente a Sarunas Marciulionis che esordì lo stesso giorno con Golden State, con risultati migliori).

In questa galleria di respinti o delusi rientra, forse, anche Dino Radja. Croato, compagno di nazionale di Kukoc, Radja è del 1967, dopo l’inizio della carriera nella nativa Jugoslavia, alla Jugoplastika, passa in Italia, al messaggero Roma, dove si comporta ottimamente, nel frattempo viene scelto nel draft del 1989 da Boston col numero quaranta. Dopo i 3 anni a Roma, nel 1993 approda ai Celtics.

Inserisco Radja in questa categoria non per la mancata affermazione, nei suoi quattro anni a boston Dino diventa protagonista, mettendo assieme cifre di tutto rispetto (in media nelle 4 stagioni 16,7 punti con percentuali vicine al 50%, e 8,6 rimbalzi) mettendo in mostra un’agilità notevole per uno col suo fisico, ma perché la carriera NBA di Radja finisce prima del tempo, nel 1997, a soli 29 anni, e dopo sole quattro stagioni, anche lui decide di tornarsene in Europa, in Grecia, dove può giocare da protagonista assoluto.

Dopo il caso di Radja, che rientra in questa poco scintillante parata solo perché non ha avuto voglia di restare nella lega per abbastanza tempo, passiamo ad un caso del tutto diverso. Antoine “Le Roi” Rigaudeau, cestista francese del 1971.

Rigaudeau arrivò nella lega non più giovanissimo, a trentuno anni, dopo aver avuto ottime stagioni in europa, in Francia prima, ed in Italia poi, alla Virtus Bologna. Rigaudeau a dispetto dell’altezza sopra i due metri era un play-maker ma in America non venne capito, ed a Dallas Don Nelson cercò di adattarlo a giocare da ala, rimediando uno scontato fallimento, ed una stagione da rookie, quella 2002/2003, l’unica per lui nella lega, del tutto fallimentare, con poche presenze, undici, percentuali bassissime attorno al 20% e 1,5 punti a partita. Dopo esser stato scambiato ai Warriors prima dell’inizio della stagione successiva venne immediatamente tagliato, e tornò a giocare in Europa.

Ci sono poi i casi dei “troppo giovani” atleti ancora non formati e finiti nella lega in base ad un presunto potenziale che non hanno mai avuto la possibilità di sviluppare, non essendo abbastanza pronti per giocare a determinati livelli, ma di certo non diventandolo accumulando solo panchine. Un esponente lampante di questa categoria è Bruno Sundov, arrivato nella NBA nel 1998, a 18 anni, dopo aver guidato la Croazia in un mondiale juniores, e che nelle seguenti sette stagioni no né mai riuscito a schiodarsi dalla panchina se no per pochi minuti, frenando irrimediabilmente la propria maturazione. Per non parlare di gente come Tsktishvili o Korolev.

Perché questo pezzo dedicato a fallimenti e delusioni? Per ricordare che non è sempre facile, e che non è automatico il passaggio da una buona carriera europea ad una buona carriera NBA. L’adattamento richiede tempo, pazienza, umiltà, e voglia di lottare, ed in un periodo in cui due italiani giocano con alterne vicende nella lega, ed un altro, o forse altri due, presto li raggiungeranno, mi andava di ricordarlo.

* Every rose has its thorn, Poison
Alexander Volkov dominò gli Europei del 1985 con la maglia dell'URSS.
 
Dino Radja preferì tornare in Europa per giocare da protagonista assoluto.
 
Antoine Rigadeau: meglio ricordarlo in maglia Virtus Bologna.